"Ormai nella cronaca quotidiana siamo costretti a leggere di delitti efferati, rapine e aggressioni, sovente con esiti letali per gli onesti cittadini. L’omicidio del gestore del bar di Budrio occorso domenica è solo il più recente di questi episodi.
Nei giorni scorsi persino un illustre magistrato si è espresso sulla questione del deterioramento della sicurezza generale, dolendosene in quanto egli stesso oggetto di una tentata aggressione.
Il giudice Antonio Mascolo si è in effetti semplicemente unito alle considerazioni di milioni di cittadini italiani che si ritengono non sufficientemente protetti e garantiti dalla Stato di fronte a una criminalità dilagante e sempre più aggressiva.
Il grave sbilanciamento tra gli enormi ed encomiabili sforzi profusi dalle Forze dell’Ordine e la cronica carenza di mezzi e risorse rese loro disponibili dalla politica, è evidente a tutti. Ci rammarichiamo, quindi, di dovere constatare che dalla gran parte delle forze politiche e soprattutto dal Governo continuino ad arrivare risposte assolutamente inadeguate e insufficienti rispetto alla gravità della situazione.
In una perdurante congiuntura di grave crisi economica e di crescente allarme sociale, in pochi mesi dalla primavera del 2016 due milioni di cittadini italiani hanno sottoscritto la proposta dell’Italia dei valori di riforma dell’istituto della legittima difesa, totalmente ignorati dalla compagine di Governo che, proprio la scorsa settimana, ha invece inviato all’esame del Parlamento un testo base di riforma la cui formulazione non è idonea a risolvere i problemi prodotti dall’attuale dettato di legge e dalla relativa giurisprudenza, oggi intollerabili nella coscienza civica della maggioranza dei cittadini italiani.
Crediamo sia quindi indispensabile che tutte le associazioni legate al Comparto della produzione e commercio delle armi sportive e civili, coese, si rendano parte attiva nel rimarcare il principio che la difesa dell’incolumità individuale e dei propri famigliari e la tutela dei propri beni da ingiuste e gravi minacce siano un diritto inalienabile di ogni cittadino. Deve essere patrimonio di una democrazia matura rifiutare e confutare (utilizzando studi accademici e statistiche ufficiali ampiamente disponibili) la demagogica equazione di quelle forze politiche che affermano che chi sceglie di porsi nella condizione legale di esercitare tale diritto sia un eversore dell’ordine costituito od un violento evocatore e creatore di ‘scenari da far west’. Queste sono affermazioni risibili, viziate da pregiudizi ideologici, che ignorano le evidenze statistiche, e che connotano i loro assertori come i veri ‘populisti’ di questo Paese, confermando la distanza siderale che oggi si pone tra la coscienza dei cittadini comuni e la sua percezione da parte delle forze politiche attualmente al Governo.
Dispiace inoltre dover rilevare che nella maggior parte delle occasioni - ormai quotidiane - in cui sui media viene rappresentato il dibattito sul tema della legittima difesa, il confronto sul diritto di un onesto cittadino a difendere la propria incolumità fisica e l’integrità della sua proprietà privata venga artatamente e malevolmente ricondotto ad una presunta e indimostrabile facilità di accesso dei cittadini italiani alle armi da fuoco attraverso facile conseguimento del Porto d’Armi per il Tiro a volo.
Sulla specifica questione crediamo sia opportuno ricordare alcuni dati di fatto (non opinioni):
I) le nostre leggi codificano la più ampia discrezionalità alle Istituzioni preposte a rilasciare qualsiasi licenza d’armi, ai fini di preservare al meglio l’ordine pubblico;
II) un cittadino titolare di una licenza d’armi si trova ad essere titolare di una vera e propria ‘certificazione’ di specchiata moralità e di condotta attuale e pregressa totalmente esente da qualsiasi vizio od ombra, proprio in ragione degli stringenti criteri adottati nell’istruttoria collegata al vaglio della domanda di concessione di tale titolo;
III) quanto oggi la maggioranza degli italiani chiede alla politica è di riformulare l’istituto della legittima difesa, riconoscendo le corrette prerogative di un cittadino per difendersi, senza incorrere in un automatismo processuale per eccesso di legittima difesa e/o per il risarcimento a favore dell’aggressore come parte lesa (!), a prescindere dallo strumento usato per difendersi. Nell’art. 52 del Codice Penale, infatti, non si parla esplicitamente di armi da fuoco ed è quindi mistificante e assolutamente scorretto presentare il dibattito su questo tema civile come il confronto sulla richiesta dei cittadini di sostituirsi allo Stato nell’uso della forza e di liberalizzare indiscriminatamente l’accesso alle armi da fuoco.
Ogni cittadino deve vedersi riconoscere il diritto di difendersi da aggressioni e minacce ingiuste, senza temere rappresaglie e ingiusti processi.
Se poi sceglierà di usare un’arma da fuoco legalmente detenuta, significa che lo Stato e le sue leggi lo hanno già riconosciuto come persona degna di questa ‘concessione governativa’, certificandolo come cittadino di serie A.
Una certificazione che ci piacerebbe venisse prevista anche per accedere alle cariche di rappresentanza pubblica!
A ciascuno di noi spetta il compito di contribuire a promuovere e organizzare un movimento di opinione che si sostanzi in un indirizzo di voto politico a favore dei soli soggetti che dimostreranno di volersi concretamente impegnare nella difesa del diritto all’autodifesa e nella tutela del diritto di accesso legale alle armi civili e sportive.
Uno Stato democratico non ha alcuna ragione di temere i propri cittadini che le sue stesse istituzioni certificano come onesti e probi rilasciandogli una licenza d’armi! Una certificazione, vogliamo ricordare, che non è invece prevista - paradossalmente - per coloro che li dovrebbero rappresentare in Parlamento.
Difesa Italia esprime il suo cordoglio e condoglianze ai famigliari di Davide Fabbri per il loro incolmabile lutto e tutta la stima e solidarietà dei suoi promotori ed associati alle Forze dell’Ordine ed al giudice Antonio Mascolo, per la sua coerenza, per il suo coraggio e per la sua onestà intellettuale".